Sì, viaggiare
81. Il futuro di andare
Bentornati su Padri in formazione, questa settimana, preparate le valigie e viaggiate con noi. Che quando si diventa genitori cambia tutto, il bagaglio diventa un trasloco, i preparativi sfidano i lanci della NASA, i farmaci d’emergenza meritano un trolley a parte “che non si sa mai” quale nuovo virus possa clandestinamente partire insieme alla nostra famiglia.
Mentre i vari ponti di primavera scalpitano già sul calendario, noi siamo già all’imbarco, col biglietto in mano e la sventurata certezza che ogni viaggio si trasformerà nella spasmodica ricerca dello stesso parco che abbiamo sotto casa. E quando saranno più grandi battaglieremo con loro e i loro lunghi silenzi anche in trasferta, vagheggiando con un sorriso storto quei piccoli viaggi che puntellavano le nostre esistenze eoni fa.
Avete visto la novità? Il nostro Marco Zak ha reinterpretato la nuova grafica della newsletter con i suoi acquarelli.
Di noi tre
di Antonino Pintacuda
Il corridoio del gate ha una lunghezza che non avevo mai misurato prima.
Con Federico, un corridoio d’aeroporto è un ecosistema. Si ferma ogni tre passi: faccia a punto interrogativo, faccia a punto esclamativo, bocca aperta verso qualcosa che a me risulta invisibile. Un display dei voli. Una tipa con le scarpe rosse. Il rumore di una valigia che cigola. Il mondo là fuori per lui è ancora pieno di cose che non hanno ancora un nome.
Arriviamo allo scivolo per bambini grandi, quello che fa un giro largo con la doppia curva, e la cosa peggiore che potessi fare è stata guardarlo.
“Papà?”
“No.”
“Papà!”
“Hai tre anni.”
“Ma papà…”
“Fra tre anni.”
Ci ha messo un po’ a negoziare i termini del risarcimento, poi ha ottenuto la mia parola: tra tre anni, su quello scivolo, un giorno intero. Su e giù. Senza limiti. Contratto firmato con stretta di mano e moccio.
Poi sull’aereo la cosa del seggiolino.
Lui sapeva già, in teoria, che non poteva venire in braccio a me per tutta la durata del volo. Lo sapeva nel modo in cui i bambini sanno le cose quando non stanno succedendo. Quando è successa, l’ha presa come un affronto personale. Non alla sicurezza aerea, a lui direttamente.
L’hostess di Ryanair è arrivata con il passo di chi ha attraversato troppi fusi orari e non ricorda più come si parla con qualcuno senza volergli vendere, per forza, qualcosa. Tra un gratta e vinci e un profumo che tra le nuvole costava appena ventidue euro, si è chinata verso mio figlio con la sicurezza pedagogica di chi ha trovato la soluzione definitiva.
“Se non allacci la cintura,” gli ha detto, con una calma che faceva quasi paura, “voli fuori dal finestrino.”
Federico ha smesso di piangere.
Ha guardato il finestrino.
Ha allacciato la cintura.
Da quel giorno impersona quella scena ogni volta che trova un pubblico disponibile. Ai dinosauri. Ai pupazzetti della sua collezione. A mia madre. Il ritmo lo sa a memoria, la pausa prima del finestrino, la voce piatta. Ha capito che funziona.
Poi c’è tutto il resto.
La Sicilia, per me, è sempre stata un capitolo lasciato in sospeso. Venirci significava fare i conti con qualcosa che non c’era più: case svuotate, persone che mancano, quella versione di me che aveva imparato a camminare su questi marciapiedi e poi se n’era andata. Ogni volta tornavo a togliere polvere da qualcosa che non sapevo più esattamente cosa fosse. Con nuove facce sparite, negozi chiusi e rimpiazzati da altri, porte sbarrate, poltrone che saranno vuote per sempre.
Con Federico accanto è diverso. Non è più un ritorno. È una staffetta tra generazioni.
Gli mostro il mio asilo. La mia scuola. La pizzeria dove andavo da bambino con i soldi contati con lui che non capisce perché quasi mi commuovo a riabbracciare la signora Mineo dietro il bancone. Lui guarda tutto con la stessa faccia con cui guarda il display dei voli. Punto interrogativo, punto esclamativo, bocca aperta. Poi ribattezza la casa di mia madre semplicemente “la Sicilia”, come se tutto questo posto fosse una stanza sola, e in un certo senso ha ragione.
Mia madre lo riempie di brioscine. I parenti di attenzioni. Io divento gradualmente trasparente, come si diventa quando si torna: un fantasma che si staglia su un muro di calce, reso ancora più bianco dal sole del meriggio. Non mi dispiace. Non è più la mia pancia, più o meno intondita dai ritmi della vita “fuori”, non sono i miei capelli superstiti e grigiometalizzati come la mia vecchia Ford Fiesta o la nuova montatura di occhiali che non mi valorizza il volto. Potrei girare vestito da Zorro con maschera e mantello e manco se ne accorgerebbero.
Nell’ora della canazza, quando il caldo si fa fermo e le vertebre delle serrande filtrano la luce, le iris fritte e le arancine e i cannoli espressi scandiscono il lento progredire degli eventi. Federico scopre le arancine, impara la parola cannolo, chiede ogni mattina la brioscina come se l’avesse sempre saputo che esisteva. Io ho iniziato la dieta due settimane fa. Ho fatto dannatamente male i conti.
E mentre lui scopre la sua Sicilia, conto i pochi giorni infiniti che mancano a quando ritorneremo all’aeroporto per aspettare la mamma, e saremo davvero di nuovo pienamente noi nel nostro abbraccio di famiglia.
Sei come 6
di Marco Bisanti
Prima dei figli, una volta andammo a Capo Nord. L’aereo decollato da Palermo sorvolò il Tirreno passando poi le Alpi e via ancora dritto su tutta la Germania. Niente nuvole. Ogni tanto guardavo l’interminabile stesa di terra sotto di noi. Quando il finestrino tornò a inquadrare il mare ci vollero due secondi per convincermi che non eravamo tornati indietro. Siamo andati così oltre da ritrovare il mare ma con un altro nome, mi dissi. Mi convinsi allora che il motivo del viaggiatore non è scoprire come sono fatti altri posti, ma prima di tutto assicurarsi che ci siano davvero, che il mondo fuori dalla portata ordinaria esista davvero e alla parola Oslo risponda un cielo, dei marciapiedi e tante vite veramente.
Avere ben presente la cartina non serve a molto quand’è il corpo a spostarsi davvero. Nessuna immagine ci preparerà mai abbastanza, dandoci la conoscenza e la certezza che vengono da una camminata. Che poi, nei posti “altri”, ci siano usi e culture diverse è solo un corollario alla terra che arriva fin lì e il viaggiatore che torna, qualunque parola consegni agli amici rimasti, anche quella non sarebbe una strada. Come non lo è questa mia parola, per quanto possa mostrare ai miei le foto della falesia nera a picco sul mar Glaciale Artico e loro annuiscano immaginando di capire. Capire è sopravvalutato. Serve molto di più andare.
Qual è il futuro di “andare”? chiese una mia amica al figlio di sei anni. Tornare! disse lui. Essere genitori è come un viaggio a Capo Nord. Prima di partire avrai letto mille libri sul tema, visto altrettanti reel di ostetriche bravissime, sentito le campane per te più affidabili. Poi ci metti il corpo e capisci che è tutto vero: la tua vita può arrivare fino a lì, quel posto esiste veramente e qualunque parola usi per dirlo – anche questa che cerco di mettere insieme qui – non è strada percorribile da altri che non ci siano mai andati personalmente.
Quello che non si dice mai, e però fonda una tra le maggiori paure alla sola idea di diventarlo, è che essere genitori è condizione priva di futuro, è un viaggio da cui non si torna. Si va talmente avanti da ritrovare il mare, ma con un altro nome. L’infanzia, ma nei giochi di tuo figlio. Il tempo non cronologico, ma nei rimproveri a lui quando siete in ritardo. La gioia pura della scoperta, ma nei panni di quello a cui viene riferita. Il pianto incontrollato, ma nella tristezza da cui non farlo sopraffare. L’amore radicale, ma nel compito di saperne essere all’altezza.
Papà Prof
di Alessandro Buttitta
È fondamentale guardare avanti, è importante guardare indietro, è cruciale guardare chi hai accanto. Il viaggio, quando si è genitori, diventa un’esperienza diversa. Perde la sua componente di fuga e si trasforma in un atto di costruzione. Non partiamo più per accumulare timbri sul passaporto, per spuntare luoghi su una mappa o per allontanarci dalla routine. Partiamo per coltivare ricordi.
Le mete diventano secondarie. È più importante il tempo trascorso insieme. Ogni esperienza diventa materiale narrativo. Ogni deviazione si fissa nella memoria comune.
Viaggiare, oggi, da genitori, significa rassegnarsi a perdere il controllo assoluto sulla tabella di marcia. E va bene così. Viaggiamo per realizzare un vocabolario di esperienze condivise. Mettiamo da parte chilometri, risate e stanchezza per lasciare una traccia. Costruiamo, chilometro dopo chilometro, un archivio di famiglia che resterà molto tempo dopo aver disfatto le valigie.
Pennellate
di Marco “Zak” Marincola









